Kenya. Dandora e Korogocho Slums 31/07/2016 – 02/09/2016

Questo reportage è stato realizzato in collaborazione alla ONG Alice For Children di Milano, un’associazione che da anni opera negli slums di Dandora e Korogocho e nella periferia rurale di Rombo alle falde del Kilimanjaro. Un viaggio attraverso un’analisi umanitaria sulle condizioni di vita negli slums e sulla Discarica di Dandora.
IN VIAGGIO VERSO UTAWALA
Atterrato in Kenya alle ore 10:35, inizia la mia avventura per il rilascio del visto e del mio borsone da viaggio. Uscito dal Gate, saluto il responsabile dei volontari Daniele e il nostro driver Robert che, dopo una stretta di mano, ci conduce al van che ci accompagnerà a Utawala, una periferia di Nairobi dove vive la media borghesia africana. Usciti dall’area aeroportuale, lo scenario inizia a cambiare: strade non asfaltate, intense nuvole di polvere che vengono sollevate dal passaggio di automobili e mezzi pesanti che fanno da effetto speciale alle acrobazie di ragazzi che, come stuntman, saltano su veicoli in movimento cercando di rubare un passaggio. A fare da cornice a questa dinamica ambientazione, piccole attività commerciali di divani, tappeti, fabbri, meccanici e fatiscenti chioschi alimentari colorano l’ambiente, catturando l’attenzione della mia Canon.
Dopo aver trascorso quasi mezz’ora nel van, non avevo ancora appurato di essere in Africa e, cercando di mantenere la calma, ero alla ricerca di qualcosa da fotografare, quindi concentrai la mia attenzione sui lavoratori del posto, i cui sguardi sono così colmi di storia che non puoi non esserne travolto. Non avevo molto spazio per una riflessione, per cui assimilavo tutto quello che riuscivo a vedere; come lo sguardo dei bambini incuriositi a sbirciare dal finestrino del van per guardare il Mzungu all’interno.
Il peso del volo iniziava a farsi sentire e durante attimi di sonno improvviso, Robert, il driver, mi raccontò di come Utawala fosse quasi un posto “moderno” rispetto agli slums di Nairobi, per quanto questo fosse per me folle, vista la “discreta” quantità di degrado urbano. Presto ebbi modo di toccare con mano ciò che Robert mi disse.
Ore 12:35. Ancora qualche minuto per l’orfanotrofio, un breve lasso di tempo prolungato dal profumo di cucina africana, che ci invita a far sosta per comprare qualcosa da sgranocchiare a pranzo e gustare delle specialità locali preparate da due signore.
Dopo esserci ricaricati, riprendiamo il nostro cammino, oramai giunto al termine, e dopo l’ultimo pezzo di strada, finalmente Alice Village. Si spengono i motori. Eccoci arrivati; le scarpe toccano la rossa strada di Utawala, i bambini dell’orfanotrofio si avvicinano con curiosità e interesse e, dopo aver conosciuto anche qualche “House Mother”, in altre parole donne che si occupano della cura dei bambini, ecco le porte della camera, che occupai con un buon riposo di quasi cinque ore, prima dell’arrivo dei volontari.
Quando arrivi ad Alice Village ti rendi conto della differenza con il mondo esterno, nonostante non avessi ancora visto le baraccopoli, avevo compreso che quello fosse un posto sicuro, diverso, più pulito, in altre parole, ordinato e passeggiando per le sue stradine inevitabilmente vieni travolto da bimbi curiosi di conoscerti.
Lo staff locale ti dà il benvenuto come sé fossi di famiglia. In Alice Village c’è sempre da fare, dal pitturare alcune aree della struttura a organizzare attività sportive, e in queste mura diventa difficile non affezionarsi ai bimbi. Molti di loro hanno un passato orrendo, infatti, dal primo giorno ci fu detto di non affezionarci troppo per non essere rimpiazzati come genitori causando involontari traumi una volta ripartiti. Però, ti affezioni e senza rendertene conto diventano parte della tua vita, non passa giorno che non pensi a loro, così in silenzio, capii come il lavoro di ONG sul posto fosse importante per questi bambini.
Dopo aver trascorso qualche tempo dentro le mura dell’orfanotrofio, insieme al gruppo di volontari, ci dirigiamo allo slum di Dandora e, ripercorrendo le polverose strade di Utawala, non mancano dettagli da fotografare.
Nessuno del gruppo aveva ben presente lo scenario che ci avrebbe accolto nonostante le possibili ricerche fatte e, quasi per tutto il viaggio, sia lo stupore sia l’emozione di ciò che ci stava travolgendo non dava spazio a domande, ma ad un rumoroso silenzio.
DANDORA SLUMS
Dopo quasi un’ora di van, finalmente arriviamo alla scuola di Dandora. Dai finestrini, i volti dei bambini incuriositi ci inseguivano e, come tsunami, ci travolgevano.

Dimenticatevi moderne scuole: qui non ci sono campi da calcio curati o altri comfort. In questa scuola, la differenza sta negli alunni che riempiono le aule seduti sui loro banchetti di legno. Un luogo protetto dalla violenza e dallo sfruttamento degli slums.
Fuori dalla scuola, si ritorna a respirare quel fetido odore di immondizia e, inevitabilmente, osservi la differenza tra un bambino che può e uno che non può andare a scuola, eppure, nonostante le loro risorse siano così poche se non nulle, questi bambini sorridono, e inevitabilmente resti disarmato.
La cava di pietra è la seconda fonte di guadagno per uomini, donne e ragazzi degli slums. Per pochi centesimi al giorno, si estraggono e si spaccano pietre fino a trasportare in cima sacchi di circa 20kg, dove dei camion si occuperanno del trasporto. Sembra di rivedere uno di quei vecchi film western con minatori, solo che qui è tutto reale, e, tra le urla dei bambini e i rumori quotidiani, se si presta attenzione, si possono udire le picconate senza sosta dei lavoratori. Uno scenario toccante dove migliaia di persone ogni giorno lavorano senza sosta.
KOROGOCHO
Arrivati a Korogocho, si nota subito la grave crisi ambientale, a causa della presenza della discarica di Dandora. In questo slum vivono quasi 180.000 persone, di cui la maggioranza in completa miseria.
La cosa che salta di più all’occhio è la sporcizia, non quella delle persone ma del posto, soprattutto del terreno. Una volta che cammini per queste strade, ti rendi conto di camminare sull’immondizia, perché non solo la discarica la vedi, ma è lì, ci metti i piedi sopra, e dal terreno vedi sbucare soprattutto pezzi di cose, vestiti vecchi, lattine e plastica, ed è allora che comprendi che Korogocho non è stata costruita vicino alla discarica ma c he è parte della discarica.
In questo slum, la violenza è una realtà quotidiana. Bisogna crescere in fretta e vige la regola del più forte, le malattie e le infezioni sono all’ordine del giorno, e qui le persone sono dei rifugiati nel loro stesso paese.
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