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Alla Scoperta dell’India

Roma Fiumicino-Calcutta: in attesa del decollo tra svariati caffè e telefonate di amici, la mente è investita da pensieri e domande. Sono le 22:00, è tempo di allacciarsi le cinture, spegnere i telefoni, sollevare lo schienale: l’India mi aspetta. I posti sono comodi, il cibo soddisfacente; dopo aver fatto due chiacchiere con il vicino di posto a tenermi compagnia saranno solo le voci di Adriano Celentano e Ligabue attraverso le cuffie dell’I-Pad. Qualche turbolenza fa sballottolare l’areo, gli occhi cercano di restare chiusi ma oramai è tardi, il sole è alto e le hostess servono la colazione; siamo allo scalo di Abu Dhabi, 5 ore di pausa tra un Big Mac e la compagnia di un ragazzo catalano che mi confessa di restare in India cinque mesi con soli 800,00€ in tasca. Dopo aver riposato qualche ora, rieccomi in volo; sono le 19:22, finalmente atterriamo a Calcutta. È tempo di ritirare il veterano borsone da viaggio e con cinque ore e mezza di fuso orario mi dirigo al cambio valuta per riscuotere le rupie con cui pagherò il taxi che mi accompagnerà in Hotel.

Calcutta – India

La sveglia delle 06:00 mi annuncia che è tempo di iniziare la mia avventura. Le strade sono stracolme di venditori ambulanti, il profumo di spezie e vegetali satura l’aria conferendole quel caratteristico odore di non so che. I veicoli sfrecciano a tutta velocità senza un apparente senso civico e in tutto ciò comincio la mia passeggiata. Destra o sinistra? Dove vado? Beh, scelgo di seguire il naso recandomi al chiosco di spezie sulla destra in cerca dello scatto. Agli occhi che mi osservano appaio come un esploratore: zaino in spalla e macchina fotografica; senza volerlo ottengo le attenzioni di passanti e persone in bici che mi fanno cenno di scattar loro una foto. Tutto ciò è molto divertente perché non mancano i sorrisi o quel senso di collaborazione spontanea che mi fa sostituire presto la scheda di memoria.

In viaggio per Udayapur, Madhyamgram di Kolkata

Una semplice corsa in taxi sta diventando un’assoluta avventura, come se ci fosse un mondo parallelo. Sono emozionato e curioso di sperimentare i treni indiani di cui tanto ho sentito parlare. A lungo ho visto e letto storie su questa terra, storie di fotografi e viaggiatori, eppure tutto quel raccontare non rende giustizia all’abracadabra che questo continente riesce a fare. Sono quasi le 12:00, la fame inizia a farsi sentire, ma la voglia di gustare un pollo al curry viene brutalmente fermata dalla telefonata della mia guida che dice di aver avuto un imprevisto, di prendere un treno fino al distretto periferico di Udayapur, Madhyamgram di Kolkata, dove sarà pronta ad attendermi. Salgo su un taxi e proseguo la mia corsa in direzione della stazione ferroviaria. Salirò sul mio primo treno indiano in direzione delle baraccopoli del Popolo dei Binari. Eccoci arrivati, intravedo Kamala, la guida che mi porterà a casa sua, dove mi ospiterà per qualche tempo. In queste anguste stradine le persone camminano ammassate, praticano il commercio, giocano, fanno lezione e soprattutto vivono, poiché di fianco a queste stradine s’intravedono le baracche dello slum che prosegue dritto lungo l’intera linea ferroviaria. Il Popolo dei Binari è il titolo già usato dal Quotidiano nel gennaio 2010. Ho scelto di riutilizzarlo poiché non esistono parole più concise per tradurre la realtà che andrò a documentare.


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